Non chiamiamo stress cio’ che e’ mobbing

La cornice sociale all’interno della quale siamo “intrappolati” se da un lato ci interpella pur adducendo spiegazioni preconfezionate e precostituite, dall’altra ci ingloba all’interno di quelli che ormai rientrano nei “cluster” di “fenomeni sociali” che, in maniera sincopata, vengono spiegati richiamando parole quali “società”, “contesto sociale” , “sistema economico” e altre simili. Parole che affascinano, ma che creano l’illusoria convinzione, quasi fossero passe-partout, di essere risolutrici di qualsiasi problema. Ma questi, ahimè, sono solo concetti ausiliari che non fanno altro che generare un radicale disimpegno sociale che sposta le responsabilità delle azioni sempre altrove.
Sono questi convincimenti che creano una grande falla del “senso comune” che, portano a pensare che ciò che accede si abbatta su ciascuno di noi, come una “iattura”.
Ma ciò che accade non può essere addebitato al “fato”, né può essere rimesso alla volontà degli Dei, ma esige necessariamente una presa di coscienza e di responsabilità in capo a ciascun essere umano.
L’impennata dei comportamenti anticonservativi agiti dai militari negli ultimi anni, lancia l’ennesimo allarme sociale che, seppur nella sua pervasività rimane così silente tanto da rendere difficoltoso ed ostico lo studio del “fenomeno”. Purtroppo, proprio per l’addebito delle responsabilità, si riconducono gli agiti suicidari allo stress lavoro correlato. Che vi sia una carenza, sotto il profilo della tutela della sicurezza e della salute dei lavoratori nel mondo militare, è indubbio, ma siamo sicuri che l’elaborazione di un documento Stress Lavoro Correlato, possa essere così determinante nell’eviscerare e risolvere il “problema”. La valutazione SLC viene condotta sull’intera realtà lavorativa ed analizza la “presenza o meno dello stress” suddividendo l’attività in “gruppi omogenei”. Si tratta pertanto di una valutazione globale che non è in grado di intercettare, né tantomeno valutare, i bisogni e le necessità del singolo soggetto.
Alla luce di ciò e per l’attuale strutturazione con cui, secondo i contenuti dell’Accordo Europeo dell’8 ottobre 2004, viene effettuata la valutazione e la redazione del documento SLC, non possiamo dire che si tratti di una soluzione, ma piuttosto, dell’ennesima risposta paravento che mira non solo a derubricare le responsabilità, ma soprattutto a schermare la realtà. E se da un lato si continua a ritiene che siano gli elevati livelli di stress a portare al suicidio, dall’altro siamo portati a pensare che colui che compie un gesto così estremo e talmente violento contro se stesso, appartenga a quella categoria di “fragili” e di persone che non reggono il peso della quotidianità, per cui nulla si sarebbe potuto fare. Quindi il suicidio sarebbe un puro atto di vigliaccheria!
Ma i dati ci parlano di altro. Ci parlano di un fenomeno che subdolo continua ad essere alimentato all’interno degli ambienti militari e il perdurare di questi atteggiamenti violenti, ascrivibili ad aspetti di natura prevalentemente istintiva, mette in luce, in realtà, comportamenti scientemente agiti dall’uomo con lo scopo di avere Potere. Chi ha potere ha anche autorità, autorevolezza, riconoscimento e rispetto sociale. Ed è così che probabilmente imperversano le più disparate forme di violenza schermate e mascherate da quanto contenuto (o meglio non contenuto) all’interno del Codice dell’Ordinamento Militare.
Le azioni di prevaricazione, di vessazione, di umiliazione, di esclusione oggi rientrano all’interno di un fenomeno, il “mobbing” che pur non essendo riconducibile normativamente ad un reato, è in grado di deumanizzare chi ne è vittima, facendogli perdere prima la dignità, poi la vita. Le azioni mobbizzanti potrebbero essere paragonate alla tortura cinese della goccia d’acqua: ad un uomo (o donna) seduto su una sedia, con le mani e i piedi immobilizzati, viene fatta cadere sulla fronte, con cadenza programmata e per un tempo indefinito, una goccia d’acqua. Di per sé una singola goccia d’acqua non fa male, ma proviamo ad immaginare cosa può provare una persona che, immobilizzata e completamente isolata, sente sulla sua fronte cadere costantemente una goccia d’acqua: ansia, paura, impotenza…. Esattamente ciò che prova una persona vittima di costanti e continue azioni mobbizzanti.
Attacchi di panico, ansia perpetua, fobia sociale ed il disturbo ossessivo, non sono segnali di una lesione organica o neurologica, bensì manifestano la presenza di alterazioni del funzionamento della psiche e dei suoi processi. La vittima presenta delle problematiche, di natura psichiatrica, che rappresentano non uno stato di disagio, anche temporaneo, ma una “ferita” più profonda, che richiederà un processo di guarigione particolarmente lungo, ove possibile.
Le condotte derivanti dal mobbing saranno in grado di arrecare danni di natura psichica qualora concorrano due fattori:
1) la particolare predisposizione del soggetto
2) una rilevante intensità della condotta vessatoria.
Alla luce di quanto sin qui argomentato si può chiaramente evincere che non si tratta di stress, ma di azioni manifestatamente agite volte ad escludere ed annientare la persona che le subisce.